Inventare-ingannare-rivelare?! - Falsi medievali di Magonza
Una mostra virtuale dell'Archivio della città di Magonza insieme agli studenti del Dipartimento di Storia dell'Università Johannes Gutenberg di Magonza.
Osservazione preliminare
Osservazione preliminare
La mostra è il risultato di un esercizio didattico-archivistico organizzato dall’Archivio Comunale di Magonza nel semestre estivo 2013 con gli studenti del Dipartimento di Storia dell’Università Johannes Gutenberg. Dopo che la mostra è stata presentata dal 3 luglio al 31 agosto 2013 nella sala delle scale dell’Archivio Comunale, quest’ultimo, visto il grande interesse suscitato, pubblica ora testi e immagini su Internet. Infatti, sullo sfondo delle attuali discussioni su paternità e prova nelle scienze, nelle arti e nel giornalismo, vale la pena dare uno sguardo ai secoli considerati l'epoca delle falsificazioni per eccellenza: il Medioevo.
Nell’ambito della mostra "Inventare, ingannare, smascherare?!" vengono quindi presentati esempi tratti dai campi della diplomatica, dell’epigrafia, della storia dell’arte e della numismatica, che riguardano falsificazioni sia del Medioevo di Magonza che relative a esso. Qui lo spettatore deve diventare egli stesso un esploratore e conoscere l’arte dei falsari. Come si riconoscono le falsificazioni? Si tratta davvero di falsi in tutti i casi? E chi erano i falsari e a quale scopo falsificavano?
Redazione: Prof. Dr. Wolfgang Dobras
Autrici e autori:
Catrin Abert
Patrick Beaury
Lilli Braun
Marie Dax
Stephanie Eifert
Jean Kiltz
Janina Kühner
Tim Möst
Anika Rech
Daniel Schildger
Yannick Weber
Introduzione
Introduzione
Nel 1983 si verificò uno scandalo alla rivista Stern. I «diari di Hitler», «scoperti» dal giornalista Gerd Heidemann e pubblicati frettolosamente dalla redazione, si rivelarono essere un falso realizzato dal commerciante di oggetti militari e pittore Konrad Kujau. Uno scandalo giornalistico spettacolare che non ha eguali – davvero? Uno sguardo alla storia mostra che i falsi si sono ripetuti nel corso dei secoli. Il Medioevo è considerato in particolare l'epoca dei falsi. Si stima infatti che la metà dei documenti del VI e VII secolo siano falsi, alterati o contraffatti. E anche per il periodo di Carlo Magno, ben un terzo dei documenti può essere considerato inventato. Tra i falsi medievali più noti figura la cosiddetta Donazione di Costantino. Con questo documento, l’imperatore Costantino il Grande avrebbe concesso a papa Silvestro I, intorno al 330, la sovranità su Roma e sull’Occidente. I papi rafforzarono così la loro pretesa di occupare una posizione di primato nella cristianità. Nel XV secolo gli studiosi scoprirono la falsificazione sulla base di caratteristiche linguistiche. Nel frattempo la ricerca ha potuto dimostrare che l’atto di donazione fu redatto da ecclesiastici a Roma nella seconda metà dell’VIII secolo. Tra i falsari medievali spiccano soprattutto le istituzioni ecclesiastiche, che con le falsificazioni riuscivano a difendersi senza ricorrere alla violenza dalle invasioni dei sovrani secolari e dai loro mezzi di potere. Con l’argomento di poter ricorrere anche a una menzogna “pia” per uno scopo buono, cioè ecclesiastico-religioso, i falsari potrebbero aver placato il loro senso di colpa. Tuttavia, indipendentemente dal concetto di verità e dal senso di giustizia dei falsari, già nel Medioevo le falsificazioni erano soggette al diritto penale. Nel diritto ecclesiastico si trovano già nel XIII secolo consigli per verificare l’autenticità di un documento, nonché pene per i falsari. Il codice giuridico del cosiddetto Schwabenspiegel, redatto alla fine del XIII secolo, prevedeva ad esempio che un "sacerdote" riconosciuto colpevole di falsificazione fosse consegnato al vescovo affinché questi gli revocasse la dignità ecclesiastica. Successivamente doveva essere consegnato al giudice secolare e, come nel caso di un laico, gli doveva essere mozzata la mano. Il diritto penale medievale era ancora più severo nei confronti dei falsari di monete: a loro era riservata la pena di essere bolliti in un calderone. Quanto fossero diffuse le falsificazioni lo dimostra anche uno sguardo alla città e all’arcidiocesi di Magonza. L’edizione curata da Manfred Stimming e Peter Acht di tutti i documenti di Magonza dal 628 al 1200 comprende in totale 1137 numeri. Di questi, ben 174 documenti, ovvero circa il 15%, risultano essere falsi, con un picco nel XII secolo. Se per i secoli fino al 1099 si possono dimostrare 77 falsificazioni, il XII secolo da solo ne conta 97. Tuttavia, occorre fare una distinzione tra questi numeri: infatti, sebbene tutti i 174 falsi dichiarino di provenire dal Medioevo, solo 105 sono stati effettivamente redatti nel Medioevo, soprattutto da monasteri e fondazioni nel XII e XIII secolo. Ben 69 falsificazioni provengono dalla mano di falsari dell’età moderna, in particolare attivi alla fine del XVIII e all’inizio del XIX secolo, dietro ai quali si nascondono storici troppo zelanti e ambiziosi. Bibliografia: Horst Fuhrmann, Fälschungen über Fälschungen, in: id., Einladung ins Mittelalter. Monaco di Baviera 2009, pp. 193-236; Peter Rückert (a cura di), Alles gefälscht? Verdächtige Urkunden aus der Stauferzeit. Archivale del mese di marzo 2003 nell’Archivio di Stato principale di Stoccarda. Stoccarda 2003 Lilli Braun
Altmünster deed da 635
Il più antico documento di Magonza del 635 - un falso del monastero di Altmünster del XII secolo
In un documento in pergamena datato 22 aprile 635, nel 14° anno di regno del re Clodoveo, Bilhildis (in seguito venerata come santa locale) dichiara di aver eretto un luogo di culto e fondato una comunità di donne devote su un terreno a Magonza, acquistato da suo zio, il vescovo Rigibert di Magonza.
Questo cosiddetto atto di fondazione del monastero di Altmünster (di cui si ha notizia certa solo a partire dall'817) suscita sospetti già solo per la data in sé incoerente. Infatti, il re Clodoveo menzionato nella data non può essere identificato con nessuno dei personaggi storici documentati con questo nome: il re Clodoveo I (481-511) regnò troppo presto, Clodoveo II (639-657) e Clodoveo III (691-694) troppo tardi; quest'ultimo, con soli quattro anni di regno, regnò anche per un periodo troppo breve.
Che si tratti di un falso si riconosce già, dal punto di vista puramente formale, dalla grafia. Questa risale chiaramente al XII secolo, come dimostra il confronto con un documento merovingio autentico del re Teodorico III dell’anno 688 (vedi sotto). A differenza della scrittura merovingia, stretta e quasi indecifrabile, quella del documento di Altmünster non presenta più questa densità, ma appare più aperta e si caratterizza per lunghe estensioni superiori ornate di arabeschi, tipiche dell’Alto Medioevo.
Oltre agli aspetti formali, vi sono però anche ragioni di contenuto che depongono contro una datazione al periodo merovingio. Infatti, nel documento il monastero viene esentato, tra l’altro, da oneri borghesi, quali le guardie notturne e le tasse; in ciò si riflettono tuttavia rapporti che esistevano solo con la formazione di una comunità borghese autonoma nel corso del XII secolo. La difesa da queste rivendicazioni borghesi fu probabilmente anche un motivo della falsificazione; presumibilmente, essa prese a modello un documento autentico, oggi perduto, risalente all’inizio dell’VIII secolo, nel quale erano state inserite queste aggiunte per garantire i diritti del monastero.
Anche se il documento non era stato redatto con molta cura (al centro del documento è stata cancellata quasi un'intera riga), le monache gli attribuivano un grande valore: lo storico di Magonza Nikolaus Serarius riferisce nel 1604 che il documento era appeso, visibile a tutti, sopra l'altare maggiore della chiesa del monastero.
Esempio comparativo
Il re Teodorico III attesta una donazione a favore del monastero di Saint-Denis, 30 ottobre 688 (facsimile in W. Arndt / M. Tangl, Schrifttafeln zur Erlernung der lateinischen Palaeographie, Berlino 1904, fascicolo 1, tav. 10).
Edizione a stampa: Manfred Stimming (a cura di), Mainzer Urkundenbuch vol. 1: Die Urkunden bis zum Tode Erzbischof Adalberts I. (1137). Darmstadt 1932, n. 2b.
Bibliografia: Brigitte Flug, Äußere Bindung und innere Ordnung. Das Altmünsterkloster in Mainz in seiner Geschichte und Verfassung von den Anfängen bis zum Ende des 14. Jahrhunderts. Con il libro dei documenti e l’appendice biografica (su CD-ROM allegato) (Geschichtliche Landeskunde 61). Stoccarda 2006, pp. 30-42; Heinrich Wagner, Il documento di Magonza su Bilihild del 22 aprile 734, in: Mainzer Zeitschrift 103 (2008), pp. 3-14; Hans-Peter Schmit, Santa Bilhild e il monastero di Altmünster a Magonza: sull’invenzione di una leggenda di una santa altomedievale, in: Archiv für mittelrheinische Kirchengeschichte 61 (2009), pp. 11-60.
Janina Kühner
Jean Mabillon
L'arte di distinguere il vero dal falso - Jean Mabillon e gli inizi della diplomazia
L'inizio della critica diplomatica scientifica è segnato dall'opera "De re diplomatica" del benedettino francese Jean Mabillon (1632-1707), risalente al 1681, pubblicata postuma nel 1709 in una seconda edizione ampliata. In essa Mabillon affrontò per la prima volta il tema in modo sistematico e teorico: in cinque capitoli trattò non solo la struttura e le caratteristiche dei documenti, ma aggiunse anche numerosi esempi di testo e facsimili in rame incisi di documenti a sostegno delle sue valutazioni.
Viene mostrata una pagina della quinta parte, in cui Mabillon approfondisce la descrizione dei monogrammi dei sovrani, qui prendendo come esempio un documento del re francese Ludovico VII (regnante 1137-1180) risalente all’anno 1167. La spiegazione recita: «Abbiamo allegato qui diversi monogrammi di Luigi VII, così come li riportiamo in vari documenti, affinché nessuno li consideri sospetti se non corrispondono al primo monogramma (utilizzato nel documento del 1167)». Il metodo di Mabillon è chiaro: per giudicare l’autenticità di un documento, il confronto è indispensabile.
Wolfgang Dobras
Carta imperiale di Federico Barbarossa
Non autenticato, quindi sospetto? Un documento rilasciato dall'imperatore Federico Barbarossa al clero di Magonza nel 1173.
Nel presente documento del 2 luglio 1173, l'imperatore Federico I Barbarossa conferma al clero della città di Magonza il diritto di disporre liberamente dei propri beni mobili per via testamentaria. All'origine di tale atto giuridico vi era la controversia sul testamento di un canonico di San Vittore, il quale aveva lasciato i propri beni al capitolo, ignorando così le presunte pretese dei suoi parenti.
Dal punto di vista formale e contenutistico, il documento di Magonza è simile a un atto autentico (trasmesso solo tramite copia) del 1165 relativo alla chiesa di Worms, a favore della quale l'imperatore aveva risolto una controversia simile. Ciò che colpisce del documento di Magonza è, da un lato, la mancanza del sigillo, sebbene nel testo venga annunciata una bolla d’oro come mezzo di autenticazione (per l’aspetto si veda l’esemplare di una bolla d’oro dell’imperatore Federico I conservato nel Gabinetto Numismatico dei Musei Statali di Berlino – Patrimonio Culturale Prussiano: http://www.smb.museum/ikmk/object.php?id=18225152 ).
D'altra parte, il monogramma con le lettere dell'imperatore, posto al centro, si discosta dai simboli altrimenti usuali (si veda a questo proposito il confronto delle immagini, reperto 03a). Tuttavia, non è più possibile verificare se il monogramma corrispondesse al modello di Worms a causa della perdita del documento originale di Worms.
Il documento del 1173 è conservato nell'archivio del capitolo di San Pietro a Magonza e, anche in base alla grafia, può essere attribuito a uno scrivano ivi operante. Tra i documenti da lui redatti, la ricerca ha tuttavia individuato un falso. Questo permette già di concludere che anche questo documento sia un falso? È certo che la cancelleria imperiale non ha partecipato alla sua redazione. Colpisce anche l’assenza di qualsiasi riferimento agli eventi descritti nel documento nelle fonti di San Vittore e di altri conventi di Magonza.
Ciononostante, non si tratta probabilmente di un falso. Si tratta piuttosto di una copia per il destinatario non eseguita. In questo caso, San Pietro redasse in anticipo questo documento, compreso il monogramma imperiale, per farlo poi solo sigillare e autenticare dall’imperatore. Si può solo speculare sui motivi per cui ciò non avvenne.
Ciononostante, il documento acquisì efficacia giuridica nella Chiesa di Magonza anche senza autenticazione. Infatti, il 12 gennaio 1193 il prevosto Burchard von Jechaburg in Turingia concesse ai suoi canonici il libero diritto di disporre del proprio patrimonio e si fece confermare ciò nel 1196 dall’arcivescovo Konrad von Mainz. Il fatto che proprio il prevosto Burchard abbia attestato la libertà di testare nel 1193 non è probabilmente una coincidenza, dato che nel 1173 era anche prevosto di San Pietro a Magonza. Resta da chiarire se con la sua decisione si riferisse indirettamente al documento imperiale risalente a vent’anni prima o se abbia osato un nuovo tentativo in questa materia.
Stampa: Peter Acht (a cura di), Mainzer Urkundenbuch vol. 2,1: Die Urkunden seit dem Tode Erzbischof Adalberts I. (1137) bis zum Tode Erzbischof Konrads (1200). Darmstadt 1968, n. 349.
Bibliografia: Peter Acht, Probleme der Mainzer Urkundenforschung. Tradizione e falsificazione nel capitolo di San Pietro a Magonza. In: Aus Verfassungs- und Landesgeschichte. Festschrift für Theodor Mayer, vol. 2, a cura di Heinrich Büttner. Lindau 1955, pp. 403-423.
Tim Möst
Carta imperiale: il monogramma a confronto
Non autenticato, quindi sospetto? Un documento dell'imperatore Federico Barbarossa per il clero di Magonza del 1173. Il confronto del monogramma
Il monogramma superiore e quello inferiore provengono dalla cancelleria imperiale, mentre quello centrale è stato realizzato dal capitolo di San Pietro a Magonza. Rispetto ai due monogrammi, quello comune in alto e quello raro in basso, il monogramma centrale di San Pietro presenta in parte notevoli differenze.
La prima immagine mostra il monogramma usuale dell'imperatore Federico I su un documento del 1158. È tratta da: Digitale Urkundenbilder 4: Kaiser- und Königsurkunden der Staufer (1138-1268), a cura di Walter Koch e Christian Friedl, Lipsia 2010, tavola 6 La seconda immagine proviene da un documento dell'Archivio comunale di Magonza e mostra il monogramma di un documento imperiale del 1173. La terza immagine mostra un monogramma di Federico su un documento del 1168. L'immagine proviene dall'Istituto di ricerca Lichtbildarchiv älterer Originalurkunden, Marburg, n. 1890 (E 614).
Gutenberg e San Viktor
Un'iscrizione sospetta - Gutenberg e il suo rapporto con l'Abbazia di San Viktor a Magonza
Non c’è quasi nessun “ragazzo di Magonza” più famoso di Johannes Gutenberg, il cui vero cognome era Johannes Gensfleisch. Oggi quest’uomo, la cui invenzione è considerata la soglia verso l’età moderna, è noto a tutti. All'epoca, però, le cose andavano diversamente: la sua invenzione acquisì solo postuma l'importanza mondiale che oggi le attribuiamo. La sua morte è solitamente datata al 3 febbraio 1468 a Magonza. Una fonte importante a questo proposito è una striscia di pergamena esposta al Museo Gutenberg (vedi illustrazione).
Su di esso è riportata la scritta «hengin Gudenberg ciuis mag[untinus]», che identifica Gutenberg come cittadino di Magonza. Il frammento è stato rinvenuto nell’eredità del professore universitario, storico del diritto e bibliotecario di Magonza Franz Joseph Bodmann, che visse e operò a Magonza tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo. Dopo la sua morte, tuttavia, si scoprì abbastanza rapidamente che nelle sue collezioni erano presenti dei falsi da lui stesso realizzati. E anche questa striscia di pergamena fu sospettata di essere una di queste creazioni di Bodmann.
L'immagine in alto mostra il libro della confraternita del Convento di San Vittore. Gli studiosi hanno concordato fin dall'inizio che la striscia appartiene al libro della confraternita del Convento di San Vittore qui raffigurato, che un tempo si trovava nell'odierno quartiere di Magonza-Weisenau. Il libro fu redatto nel 1384, quando la confraternita funeraria rinnovò il proprio regolamento. La prima parte contiene l'elenco dei membri viventi, la seconda quello dei membri defunti. La striscia con la scritta di Gutenberg proviene dalla seconda parte. Bodmann l'aveva semplicemente ritagliato, un atto di danneggiamento di documenti inimmaginabile per gli archivisti e gli storici di oggi. Questo gesto e il ritrovamento del frammento nell'eredità del "compromesso" Bodmann portarono a sospettare che anche il ritaglio, o più precisamente la scritta in esso contenuta, fosse stato falsificato da Bodmann.
Lo storico Gottfried Zedler, tuttavia, non solo affermò che Bodmann avesse apposto personalmente la scritta sulla striscia, ma gli attribuì anche di aver inserito nel libro il nome di Gutenberg, anch’esso presente nell’elenco dei membri viventi. Bodmann avrebbe poi rasato, ovvero raschiato via, il nome per aumentare l’autenticità del passaggio. Fu Karl Stamm che, applicando il cosiddetto metodo della luminescenza, basato sull'irradiazione con luce ultravioletta, riuscì a rendere visibili i diversi strati di scrittura e constatò che Bodmann, con i suoi modesti mezzi, non avrebbe potuto falsificare l'iscrizione (riga tra "Hilla famula" e "Anna de Cronenberg", contrassegnata da una freccia rossa: "Hengin Gudenberg civis Maguntin[us]") in questo modo. Oggi è quindi fuori discussione che Gutenberg fosse un membro laico della Confraternita di San Vittore e che questa tenesse un registro meticoloso dei propri membri.
Stampa: Karl Schorbach, Die urkundlichen Nachrichten über Johann Gutenberg, in: Otto Hartwig (a cura di), Festschrift zum 500jährigen Geburtstage von Johann Gutenberg, Magonza 1900, pp. 133-256, qui n. 26, pp. 222-226.
Bibl.: Gottfried Zedler, Gutenberg und seine Zugehörigkeit zum Mainzer St. Viktor-Stift – Eine Fälschung Bodmanns?, in: Mainzer Zeitschrift 35 (1940), pp. 49 e segg.;
Karl Stamm, Gutenberg und seine Zugehörigkeit zum Mainzer St. Viktor-Stift – Eine Fälschung Bodmanns? Una presa di posizione sull’affermazione di Zedler nella Mainzer Zeitschrift 35, 1940, pp. 49/50, in: Mainzer Zeitschrift 56/57 (1961/62), pp. 183-187;
Sabina Wagner, Nota sulla morte di Gutenberg nel liber fraternitatis del monastero di San Vittore, in: Wolfgang Dobras (a cura di), Gutenberg – aventur und kunst. Vom Geheimunternehmen zur ersten Medienrevolution. Catalogo della mostra della città di Magonza in occasione del 600° anniversario della nascita di Johannes Gutenberg, edito dalla città di Magonza, Magonza 2000, n. GM 162, pp. 356 e segg.
Stephanie Eifert
Certificato di tessitura da 1099
I tessitori di Magonza - la più antica corporazione della Germania?
Nel documento redatto dall’arcivescovo Ruthard di Magonza nel 1099, la corporazione dei tessitori di Magonza viene esonerata dall’obbligo di ricoprire le cariche municipali di «Heimburgen», incaricato dei compiti di polizia, e di «Schenken», responsabile della sorveglianza della mescita del vino. In cambio, i tessitori sono obbligati a provvedere alla manutenzione di una parte del tetto della chiesa di Santo Stefano e a rifornire la chiesa di candele.
A prima vista, una notizia sensazionale! Se si segue il documento, a Magonza esisterebbe già alla fine dell’XI secolo un sistema corporativo pienamente sviluppato. Magonza sarebbe stata così la prima città tedesca in cui si sarebbero affermate tali associazioni di artigiani.
Se però si dà un'occhiata al documento, già dalla grafia si capisce che deve trattarsi di un falso: le lettere allungate della prima riga hanno evidentemente creato problemi allo scrivano. Appaiono goffe e tremolanti, come scritte da una mano di bambino. I tratti verticali delle lettere u e i sono divisi nella parte superiore, cosa insolita per il presunto periodo di origine, e il tentativo di imitare la a aperta in alto, tipica dell’epoca, non riesce in modo convincente allo scrivano. Inoltre, nel documento vengono citati una serie di cariche (ad es. "rectorum" = tesorieri) e termini ("heimburgenambet" non latinizzato!) che rimandano chiaramente alla Magonza del XIII secolo governata da un consiglio comunale.
Ma chi erano i falsari? Non erano i tessitori. Questi, infatti, furono esentati dalle cariche citate solo nel 1175 dall’arcivescovo Cristiano di Magonza, quindi non avrebbero avuto alcun movente. A quanto pare, i falsari si sono ispirati a questo documento dell'arcivescovo Christian, ma c'è un dettaglio diverso: nel falso, ai tessitori non viene richiesto solo di finanziare l'illuminazione della chiesa, come nel documento autentico del 1175, ma anche di occuparsi del tetto della chiesa. Il contesto è che a metà del XIII secolo il capitolo di Santo Stefano era fatiscente e i canonici speravano apparentemente, con la falsificazione del documento, di poter coinvolgere i tessitori nei lavori di riparazione. Questi lavori si resero però superflui, poiché nel 1257 fu avviata la ricostruzione della chiesa.
Stampa: Manfred Stimming (a cura di), Mainzer Urkundenbuch vol. 1: Die Urkunden bis zum Tode Erzbischof Adalberts I. (1137). Darmstadt 1932, n. 399.
Bibl.: Ludwig Falck, Das Mainzer Zunftwesen im Mittelalter, in: Alfons Schäfer (a cura di), Oberrheinische Studien III. Festschrift für Günther Haselier aus Anlass seines 60. Geburtstages am 19. April 1974, Karlsruhe 1975, pp. 267-288, qui p. 269.
Yannick Weber
Atto di San Pietro dell'819
Copia di un presunto originale - l'atto di donazione falsificato per l'Abbazia di San Pietro, datato 11 aprile 819.
L'11 aprile 819 un certo Werinfleoz dona al capitolo di San Pietro di Magonza un terreno a (Magonza-)Kastel della superficie di due iugeri e sei appezzamenti minori, facendo autenticare la sua donazione dinanzi al tribunale pubblico di Kastel.
L'atto giuridico è tramandato solo nella presente trascrizione del professore universitario e storico di Magonza Franz Joseph Bodmann (1754-1820): secondo la sua annotazione in cima al foglio, Bodmann afferma di averla redatta sulla base di un originale conservato nell'archivio del Dipartimento di Donnersberg, l'archivio di Stato competente per Magonza e l'Assia renana dal 1798. Il vuoto nella quarta riga, contrassegnato da trattini come illeggibile, conferisce alla trascrizione un aspetto particolarmente autentico e affidabile. È tuttavia
evidente che esiste solo questa unica trascrizione e che non vi sono ulteriori riferimenti a un originale. A ciò si aggiunge il fatto che il Petersstift fu fondato solo nel X secolo, motivo per cui l’atto non può essere autentico. Evidentemente Bodmann, il cui interesse scientifico era rivolto alla storia del diritto, era interessato a trovare una testimonianza il più possibile antica di un tribunale pubblico a Kastel e non esitò a creare egli stesso le fonti necessarie.
Stampa: Manfred Stimming (a cura di), Mainzer Urkundenbuch vol. 1: Die Urkunden bis zum Tode Erzbischof Adalberts I. (1137). Darmstadt 1932, n. 124.
Bibliografia: Manfred Stimming, Zwei gefälschte karolingische Gerichtsurkunden, in: Mitteilungen des Instituts für österreichische Geschichtsforschung 35 (1914), pp. 495-501; Heinrich Büttner, Sul problema Bodmann. Un contributo alla storia intellettuale del XVIII secolo e alla ricerca documentaria, in: Annuario storico 74 (1955), pp. 363-372, qui p. 365; Hermann Knaus, Bodmann und Maugérard, in: Archiv für Geschichte des Buchwesens 1 (1958), pp. 175-178.
Marie Dax
Modello per il documento falsificato dell'819
Uno dei modelli per la falsificazione da parte di Bodmann dell'atto di donazione per l'abbazia di San Pietro dell'11 aprile 819.
Nel realizzare i suoi falsi, Bodmann attingeva a elementi ricorrenti tratti da documenti autentici di altri monasteri e fondazioni. Un esempio è la formula che Bodmann utilizzò per l'introduzione (la cosiddetta Arenga) del documento dell'819 qui riportato: "evangelica vox admonet dicens: date elemosinam et ecce omnia munda sunt vobis" (secondo Luca 11,41: La voce dell'evangelista ammonisce: date l'elemosina, allora tutto vi sarà puro). Questa formula, molto popolare negli atti di donazione altomedievali, è attestata, ad esempio, per il monastero di Lorsch, i cui atti erano disponibili anche in forma stampata dal 1768. Bodmann poté così scegliere facilmente ciò che gli era più congeniale, come dimostra il n. 267 – una donazione dei fratelli Waltmund e Hugimund al monastero di Lorsch risalente all’anno 789 – (la formula in questione nelle righe 3 e 4).
Franz Joseph Bodmann
"Un 'miglioratore' dei tempi passati" - il collezionista di documenti Franz Joseph Bodmann
Dopo aver studiato giurisprudenza e scienze politiche presso le università di Würzburg e Gottinga, nel 1780, all’età di 26 anni, Franz Joseph Bodmann fu nominato professore all’Università di Magonza. Qui insegnò diritto privato e feudale, nonché diplomatica. In quel periodo iniziò anche a setacciare gli archivi dello Stato elettorale per un progetto editoriale sulla storia dell’arcivescovado di Magonza. In tale occasione redasse oltre 21.000 trascrizioni di atti. Tuttavia, la caduta dello Stato elettorale e il passaggio di Magonza alla Francia alla fine del 1797 vanificarono i suoi piani.
L'immagine mostra il frontespizio delle "Rheingauische Altertümer" con i sigilli più antichi dei conti del Reno. Da allora in poi, operando nel servizio giudiziario francese, la nuova amministrazione lo impiegò anche come archivista dell'Università elettorale, anch'essa ormai scomparsa, e nel 1806 lo nominò direttore della biblioteca comunale. Se già il periodo di transizione all’insegna della secolarizzazione aveva facilitato a Bodmann l’accesso agli archivi (in particolare di monasteri e fondazioni) e gli aveva permesso di costituire una propria collezione di documenti, ora egli si trovava direttamente alla fonte per assecondare la sua passione per atti, manoscritti e libri. Tuttavia, a causa di «irregolarità», nel 1814 fu licenziato dall’incarico di bibliotecario comunale: Bodmann aveva «preso in prestito» in modo incontrollato libri e documenti per portarli a casa propria, oltre ad aver ritagliato preziose miniature dai codici per incorporarle nella propria collezione. L'intera portata delle sue appropriazioni indebite sarebbe stata però scoperta solo dopo la sua morte, avvenuta nel 1820, quando si constatò che gran parte del suo lascito conteneva documenti originali provenienti da archivi pubblici.
Bodmann dovette il trattamento relativamente clemente riservato al suo caso alla sua reputazione di eccellente diplomatico. Il culmine della sua fama fu rappresentato dalle «Rheingauische Altertümer», la storia, ricca di fonti, dell’ex Rheingau dell’arcivescovado di Magonza, pubblicata nel 1819. Tuttavia, già alcuni contemporanei, come il bibliotecario Nikolaus Kindlinger (1749-1819), avevano espresso dubbi sul lavoro di Bodmann; dalla fine del XIX secolo, la ricerca storica ha poi dimostrato che Bodmann era responsabile di falsificazioni concrete. Tuttavia, nella maggior parte dei casi non si tratta di libere invenzioni; Bodmann ha piuttosto creato qualcosa di nuovo sulla base della conoscenza di innumerevoli modelli autentici o ha attribuito a documenti un’età più antica. Per difenderne l’onore, Helmut Mathy ha quindi definito Bodmann un “miglioratore” dei tempi passati, che in questo modo voleva colmare le lacune di conoscenza relative alla storia di Magonza e del Medio Reno. Ciononostante, bisognerebbe guardarsi dal sospettare che tutto ciò che proviene da Bodmann sia falso. In molte delle sue trascrizioni egli si dimostra uno storico meticoloso e affidabile, cosicché la sua opera lascia un'impressione ambigua.
Bibliografia: Ferdinand Wilhelm Emil Roth, F. J. Bodmann, un falsario della storia regionale di Magonza e del Rheingau, in: Deutsche Geschichtsblätter 10 (1909), pp. 133-152; Adalbert Erler, F.J. Bodmann, ein Förderer und Fälscher der Rheinischen Rechtsgeschichte, in: Festschrift Albert Stohr, Bischof von Mainz. Jahrbuch für das Bistum Mainz 5 (1950), pp. 473-493; Heinrich Büttner, Sul problema Bodmann. Un contributo alla storia intellettuale del XVIII secolo e alla ricerca documentaria, in: Annuario storico 74 (1955), pp. 363-372; Elisabeth Darapsky, Le perdite della Biblioteca comunale di Magonza sotto la direzione di F.J. Bodmann e il processo contro gli eredi di Bodmann, in: Rivista di Magonza 54 (1959), pp. 12-30; Helmut Mathy, Franz Joseph Bodmann – controverso, ma estremamente colto, in: 200 anni della Biblioteca comunale di Magonza, a cura di Annelen Ottermann e altri (Pubblicazioni della Biblioteca comunale e della Biblioteca pubblica di Magonza «Anna Seghers» 52). Wiesbaden 2005, pp. 59-65.
Wolfgang Dobras
Famiglia nobile Ageduch
Un acquedotto romano come omonimo di una dinastia di cavalieri? La famiglia nobile di Bretzenheim degli Ageduch
All'inizio del XIX secolo, Franz Joseph Bodmann realizzò dei disegni delle lapidi del convento cistercense di Maria Dalheim a Zahlbach, prima che questo venisse demolito. Tra questi vi sono due disegni che raffigurano la tomba del «cavaliere Ortwin detto di Ageduch» («dictus de Ageduch») del 1266 e il monumento funebre di una certa «Iutta», moglie del cavaliere Heinrich von Ageduch, del 1322. Su entrambe le lapidi è visibile lo stemma degli Ageduch. Lo scudo araldico è decorato con tre stelle, due in alto e – separate da una barra – una in basso. La barra stessa è ornata da tre o quattro archi. Cosa c’è di più ovvio che ricondurre l’immagine araldica e il nome della famiglia ai resti di un acquedotto romano, le cosiddette «Römersteine», situati non lontano dal convento e ancora oggi visibili?
Così, negli ultimi anni, lo stemma ha acquisito un significato particolare a Magonza, poiché a ogni donatore che ha contribuito alla conservazione delle Pietre Romane è stato conferito, sotto forma di certificato, lo stemma degli “Ageduchs”.
Nel 1958, Fritz Viktor Arens, per il suo volume "Die Inschriften der Stadt Mainz von frühmittelalterlicher Zeit bis 1650" (Le iscrizioni della città di Magonza dal primo Medioevo al 1650), valutò anche questi disegni di Bodmann senza dubitare, nonostante alcune incongruenze, dell'esistenza delle lapidi raffigurate. Grazie alla pubblicazione di Arens, inizialmente non si suscitò più alcun sospetto. Solo nel 2007 la famiglia cavalleresca degli Ageduch, compreso lo stemma, è stata smascherata da Josef Heinzelmann come un falso di Bodmann.
Se la tomba di Ortwin von Ageduch fosse realmente esistita, con la datazione del 1266 sarebbe stata la più antica tomba di un laico e, al contempo, anche la più antica tomba con stemma a Magonza. Tuttavia, da un lato nel XIII secolo non era ancora consuetudine utilizzare stemmi “parlanti”, ovvero rappresentare figurativamente un nome in uno stemma. Nel caso dell’acquedotto raffigurato, tuttavia, sarebbe stato così. Dall’altro lato, la parola “dictus” in relazione alla menzione di un soprannome a Magonza compare per la prima volta nel 1381. A ciò si aggiunge il fatto che, a parte il disegno di Bodmann, a Magonza non vi è nessun’altra menzione documentaria del nome “dictus de Ageduch” o dello stemma. Il nome “Ageduch” compare sì, ma solo come toponimo. Il disegno della tomba di “Iutta”, morta nel 1322, doveva probabilmente servire a rendere più credibile la tomba di Ortwin. Né una certa Iutta né il suo consorte, il cavaliere Heinrich von Ageduch, sono menzionati nelle fonti.
Lit.: Josef Heinzelmann, Dictus de Ageduch, in: Mainzer Zeitschrift 102 (2007), pp. 159-166.
Catrin Abert
La concubina del cardinale
La concubina del cardinale - un'attribuzione di Bodmann
Il cardinale Albrecht von Brandenburg (1490-1545), arcivescovo di Magonza dal 1514, fu sospettato di concubinato già quando era ancora in vita. Nientemeno che il riformatore Martin Lutero lo denunciò in polemiche pubbliche. Tuttavia, le speculazioni sul cardinale Albrecht e le sue amanti raggiunsero il loro apice solo nel XIX secolo. La didascalia di un disegno di Bodmann si rivelò particolarmente significativa in questo contesto.
Il disegno riproduce un dipinto su tavola (vedi foto) del pittore Simon Franck (circa 1500 – 1546/47) raffigurante Santa Orsola, che oggi si trova, insieme a un’altra tavola correlata raffigurante San Martino, nei musei della città di Aschaffenburg. Entrambe le tavole provenivano dal tesoro della cattedrale di Magonza e furono messe all’asta sotto il dominio francese nel 1801. Poco prima Bodmann aveva ricalcato la tavola di Orsola. Poiché il pendant, il San Martino raffigurato in abiti vescovili, presenta chiaramente i tratti del cardinale Albrecht, Bodmann ipotizzò che anche dietro Santa Orsola si celasse una personalità reale. Interpretò l’arma del martirio di Santa Orsola, la freccia, come l’arma di Cupido e identificò la santa come l’amante del cardinale. Nella didascalia del suo disegno la chiamò “Rehdingerin”; secondo lui, questa avrebbe preso il nome dalla santa. In realtà, però, non esiste una sola testimonianza scritta di una certa Ursula Rehdinger nell’entourage di Albrecht, né tantomeno una prova che fosse sua concubina. Pur non
essendo un falso in senso stretto, l’attribuzione di Bodmann contribuì comunque alla creazione della leggenda attorno al cardinale Albrecht e alle sue amanti. Oltre alle uniche due donne chiaramente identificabili nella vita di Albrecht – Leys Schütz, con la quale ebbe una figlia, e Agnes Bless, che nominò superiora della chiesa delle beghine ad Aschaffenburg – al cardinale fu così attribuita una terza amante fittizia.
Bibliografia: Kerstin Merkel, Die Konkubinen des Kardinals – Legenden und Fakten, in: Gerhard Ermischer / Andreas Tacke (a cura di), Catalogo della mostra "Cranach im Exil. Aschaffenburg um 1540: Zuflucht, Schatzkammer, Residenz". Ratisbona 2007, pp. 79-97.
Patrick Beaury
Nikolaus Müller
"Quindi, storico critico, chiudi gli occhi e non avvicinarti troppo!". - Nikolaus Müller e le origini del menestrello Enrico di Meissen
Di particolare importanza per la vita culturale di Magonza fu Niklas Müller (1770-1851), insegnante di liceo e conservatore della Pinacoteca comunale. Tuttavia, l’immagine positiva di Müller è stata offuscata negli ultimi anni della sua vita. Non sempre era molto rigoroso con la verità, come dimostra la citazione nel titolo. Così, in un impeto di esagerato patriottismo locale, si lasciò trasportare dal desiderio di creare una nuova biografia per un'importante figura del Medioevo: il menestrello Frauenlob.
Frauenlob, il cui vero nome era Heinrich von Meißen, è considerato uno dei principi dei poeti medievali. Il suo soprannome deriva dalla sua opera più famosa, un inno alla Madonna Maria. Della sua biografia si sa ben poco. Probabilmente nato a Meißen verso la metà del XIII secolo, Frauenlob viaggiò per l’Impero come menestrello itinerante. È certo che alla fine della sua vita lavorò alla corte del principe elettore di Magonza. Morì a Magonza nel 1318. La sua lapide (o meglio, una ricostruzione del 1783) può essere ammirata ancora oggi nel chiostro della cattedrale. Nel contesto di un crescente interesse per la storia "patrottica", Frauenlob fu riscoperto a partire dalla fine del XVIII secolo. Anche Nikolaus Müller condivideva l'entusiasmo per Frauenlob. Tuttavia, egli fece un passo in più rispetto agli altri ricercatori che si occupavano di lui. Müller fornì a Heinrich von Meißen una biografia completamente nuova, ovviamente su misura per Magonza.
Così, senza esitazione, trasformò «Heinrich von Meißen» in «Heinrich zur Meise» e affermò che questi fosse nato nel 1270 a Magonza nella casa denominata «Güldenwürfel»; il suo nome non deriverebbe dal luogo di nascita del poeta, bensì dall’uccello chiamato «meise». Suo padre sarebbe stato il patrizio Diether zur Meise. Avrebbe tratto tutto ciò dai manoscritti della biblioteca del duomo, prima che questi andassero distrutti nell’incendio durante l’assedio di Magonza del 1793.
Estratti di essi si sono conservati nel lascito di Müller. Come dimostra, ad esempio, il foglio VII qui presentato, Müller annotò con precisione date e appunti sulla vita di Frauenlob. In un altro punto del fascicolo menziona addirittura una "Maria", la balia di Frauenlob che si dice provenisse da Bretzenheim.
La tesi di Müller si diffuse soprattutto grazie al bibliotecario Alfred Börckel, il quale nel 1880 inserì questa sua scoperta apparentemente importante in un’opera dedicata a Frauenlob. Basandosi su Müller, Börckel scrisse in versi una biografia del menestrello, senza distinguere chiaramente tra finzione e realtà storica. Nella biografia, Börckel intrecciò poesie tramandate di Frauenlob con altre da lui inventate, per tracciare un quadro d’insieme dell’opera del menestrello. Börckel disegnò persino uno stemma con la cinciallegra, per corroborare la presunta vera origine di Frauenlob come cittadino di Magonza. Allo stesso tempo, nominò Frauenlob padre fondatore dei Meistersinger: la prima scuola dei Meistersinger sarebbe stata fondata da lui a Magonza nel 1296.
In occasione del suo 50° anniversario, il coro maschile di Magonza «Frauenlob», fondato nel 1904, pubblicò un volume commemorativo la cui copertina era adornata da un disegno del volto del menestrello tratto dalla lapide nel chiostro della cattedrale. La didascalia riportava, com'era ovvio, l'attribuzione a Niklas Müller del soprannome di Frauenlob come «Heinrich zur Meise» di Magonza.
Bibliografia: Werner Brilmayer, Nikolaus Müller (1770-1851). Eine Gestalt des Mainzer Geisteslebens von der Aufklärung bis zur Mitte des 19. Jahrhunderts, in: Mainzer Zeitschrift 89 (1994), pp. 157-166; Wolfgang Dobras, Meister Heinrich Frauenlob. Ein Dichterfürst und sein Nachruhm in Mainz. In: Joachim Schneider / Matthias Schnettger (a cura di), Nascosto – Perduto – Riscoperto. Luoghi della memoria a Magonza dall’antichità al XX secolo. Darmstadt 2012, pp. 45-66.
Anika Rech
Monete contraffatte
Veramente false o ingannevolmente autentiche? Le monete false di Nikolaus Seeländer per i collezionisti
Durante l'epoca degli Staufer, dalla metà del XII alla metà del XIII secolo, una nuova tecnica di conio si diffuse soprattutto nella parte orientale del Sacro Romano Impero, a partire dal territorio dell'odierna Turingia. A differenza dei pfennig solitamente bifacciali, qui le monete venivano laminate sottili e, data la loro estrema sottigliezza, coniate solo su un lato in alto rilievo. Tuttavia, il diametro di questi pfennig, che poteva arrivare fino a 50 millimetri, era notevolmente maggiore e consentiva così agli incisori di sfoggiare una maggiore libertà artistica.
A causa della ricchezza di varianti dei loro motivi, questi "bracteati" (dal latino bractea = lamina sottile) furono al centro dell'attenzione degli studiosi di numismatica dell'epoca, quando alla fine del XVII secolo iniziò a svilupparsi la numismatica scientifica. Allo stesso tempo, le bracteate "stimolarono la fantasia di una considerevole schiera di antiquari e collezionisti" e fecero "sorgere da ciò un'esigenza di mercato a sé stante" (Niklot Klüßendorf). Di conseguenza, aumentò anche la domanda di queste monete. Tuttavia, questo non poteva essere soddisfatto solo dai ritrovamenti numismatici, il che aprì ai falsari la possibilità di rifornire ulteriormente il mercato.
Nikolaus Seeländer (1683-1744), fabbro, medaglista e incisore di Erfurt, riveste un ruolo di primo piano sia nella ricerca sulle bracteate che nella contraffazione di queste monete. Apprezzato come illustratore dal poliedrico studioso Gottfried Wilhelm von Leibniz (1646-1716), Seeländer gli deve addirittura un impiego come incisore presso la Biblioteca Reale di Hannover. Leibniz sostenne Seeländer nei suoi sforzi per ottenere l'accesso alle collezioni e ai collezionisti di bracteati. Le sue lettere di raccomandazione aprirono molte porte a Seeländer. Lo studio di numerose monete autentiche affinò il talento di Seeländer nel realizzare le proprie imitazioni di bracteati. Gli vengono attribuiti circa 300 conii. Grazie alla loro qualità eccezionalmente elevata, Seeländer è considerato "il falsario di bracteati" per eccellenza! La prospettiva di incassare un notevole profitto dalla vendita delle sue "rarità" deve aver stimolato Seeländer nelle sue azioni tanto quanto il fascino di mettere alla prova o ingannare altri numismatici.
Uno dei motivi per cui la maggior parte dei falsi di Seeländer fu scoperta solo nel XIX secolo o più tardi è una tattica di occultamento da lui utilizzata. Egli inseriva infatti nei suoi scritti numismatici disegni dei propri falsi insieme a quelli di bracteate autentiche. Un esempio è l’opuscolo del 1725 dedicato al principe elettore di Magonza Lothar Franz von Schönborn, una raccolta di tutte le bracteate coniate a Erfurt dal 1111 al 1284. Nella tavola I allegata a titolo illustrativo, accanto alla moneta autentica n. 18, si trova anche un falso da lui realizzato, il n. 15. Grazie alla precisione dei suoi disegni, già lodata dai contemporanei, le sue opere e quindi anche i suoi falsi ebbero ampia diffusione.
Autentico bracteato di Erfurt (n. 18 del "Tesoro di Müntz" del 1725)
Il pfennig fu coniato a Erfurt sotto il regno dell’arcivescovo di Magonza Christian I von Buch (1165-1183). L’immagine, divisa in due parti, raffigura da un lato San Martino di fronte, con un libro nella mano sinistra e la mano destra alzata in segno di benedizione. Nella cornice è riportata la scritta, a partire da destra: + S (?) MARTINV´ CHRISTANV´ ARC EPC + N. Il ritratto in basso raffigura l'arcivescovo che guarda verso destra con il pastorale nella mano destra e la mano sinistra appoggiata su un leggio.
Bracteato di Erfurt forgiato (n. 15 del "tesoro di Müntz" del 1725)
Il falso presenta come motivo centrale la leggenda di San Martino, con il santo che dona una moneta al mendicante. Intorno, a partire dall’angolo in alto a destra, si legge: SC-S MARTINVS – MOGVNCIE DOMINVS (= San Martino – Signore di Magonza). L'immagine sotto l'arco a tutto sesto raffigura il busto dell'arcivescovo, con un libro aperto e un pastorale rispettivamente nella mano sinistra e destra. Nell'arco a tutto sesto si legge il suo nome: CRI´AN´EPCOP´ (= Christian Bischof). Rispetto alla bracteata autentica, la contraffazione di Seeländer è riconoscibile soprattutto dai punti di punzonatura del bordo, che sembrano essere stati impressi con punzoni di ferro dal retro della moneta. Oltre al contorno troppo netto, salta all’occhio anche la colorazione metallica violaceo-pallida della moneta di Seeländer. Per quanto riguarda il peso (0,88 g), la moneta non si differenzia però dalle autentiche bracteate di Erfurt.
Bibliografia: Niklot Klüßendorf, Der angebliche Elisabeth-Brakteat des Nikolaus Seeländer (1682-1744), in: Jahrbuch der Gesellschaft für Thüringer Münz- und Medaillenkunde 17 (2006/07), pp. 131-135; Rainer Thiel, Die Brakteatenfälschungen des Nicolaus Seeländer (1683-1744) und seine „Zehen Schriften“ zur mittelalterlichen Münzkunde verbunden mit einem vollständigen Nachdruck von Seeländers 1743 erschienenem Werk. Ludwigshafen 1990.
Daniel Schildger
Tallero di Magonza del 1438
Il più antico taler di Magonza del 1438 - una moneta come oggetto di prestigio per l'Elettore di Magonza
La riforma dell’Università di Magonza, condotta dal principe elettore Friedrich Karl Joseph von Erthal e completata nel 1784, portò anche alla fondazione di un proprio gabinetto numismatico. Questo avrebbe dovuto servire, a sostegno delle scienze ausiliarie della storia, a «illustrare agli studenti la storia attraverso i reperti» e a «impartire loro un insegnamento approfondito nella materia specifica della numismatica». Da quel momento in poi, il principe elettore seguì con grande interesse l'ulteriore ampliamento del suo gabinetto, di cui nominò curatore il consigliere di corte Johann Georg Reuter, un esperto numismatico.
In particolare, Erthal fece di tutto affinché nel gabinetto numismatico dell’università fosse presente un esemplare del taler di Magonza del 1438, presumibilmente il più antico, proveniente dall’arcivescovo Dietrich von Erbach. Questo taler di Magonza sarebbe stato inoltre il più antico taler mai coniato nell’Impero, motivo per cui gli era attribuito un valore collezionistico speciale che andava oltre Magonza. Si trattava però di un falso di fantasia, creato per la prima volta all’epoca della Guerra dei Trent’anni. Nonostante le riserve, poiché la coniazione di taleri (autentici) era solitamente fatta risalire solo al 1486, Reuter non dubitava realmente dell’autenticità della moneta. Così, su ordine del principe elettore, si attivò già nel 1784, quando un esemplare del genere fu messo all’asta a Lipsia. Ma il tentativo non ebbe successo; il tallero di Dietrich passò nelle mani di un altro proprietario per ben 552 talleri imperiali. Da allora in poi, il principe elettore aveva espresso più volte a Reuter la sua insoddisfazione per il colpo mancato, tanto che questi si attivò nuovamente quando, nel 1791, il commerciante di monete di Francoforte Mayer Amschel Rothschild gli offrì un esemplare del tallero. Poiché l’amministrazione finanziaria dell’università si rifiutò di concedere un anticipo, Reuter ottenne l’autorizzazione per la transazione direttamente dal principe elettore. Grande fu però la delusione quando Reuter poté esaminare per la prima volta il tallero che gli era stato inviato. Ciononostante, Reuter ritenne il tallero contraffatto «sufficientemente interessante per la numismatica di Magonza». Riuscì a convincere il principe elettore della sua opinione, cosicché la moneta fu infine acquistata per il gabinetto numismatico dell’università per una somma ridotta, ma comunque considerevole, di 100 fiorini.
Lit.: Wolfgang Dobras, Das Münzkabinett der kurfürstlichen Universität Mainz und sein Kurator Johann Georg Reuter, in: Numismatisches Nachrichtenblatt 60 (2011) n. 11, pp. 444-451, qui p. 449.
Così chiamato. Tallero da mendicante dell'Elettore di Magonza Daniel Brendel von Homburg, del 1567.
Sebbene i taleri fossero coniati nell’Impero già dalla fine del XV secolo, lo Stato elettorale di Magonza iniziò a coniare queste grandi monete d’argento del peso di circa 29 g solo nel 1567. Mentre il dritto è decorato dallo stemma del principe elettore, il rovescio raffigura il patrono dell’arcidiocesi di Magonza, San Martino.
Il taler del 1438: un falso di fantasia documentato fin dal XVII secolo
Un’immagine (capovolta!) del talero presumibilmente più antico, coniato dall’arcivescovo di Magonza Dietrich von Erbach nel 1438, fu pubblicata per la prima volta dal libraio amburghese Bernd Arendts nella seconda edizione del suo «Müntz-Buch: Darinnen zu besehen die besten und schönsten sowohl alte als newe Gelt-Müntze» (p. 61 n. 1). L’indicazione a margine relativa alla conversione della moneta nelle valute di Meißen e Lubecca suggeriva un’ampia area di circolazione e quindi anche l’autenticità della moneta. La questione se l’immagine sia servita da modello ai falsari del XVIII secolo deve rimanere aperta.
Tallero falso datato 1438 dell'Elettore di Magonza Dietrich von Erbach (1434-1459)
Nei fondi del Gabinetto numismatico universitario del principe elettore, conservati presso l’Archivio comunale, è stato ritrovato il tallero contraffatto del 1438 acquistato nel 1791. Si riconosce come falso già solo per la scarsa qualità della fusione. Sul dritto della moneta è raffigurato lo stemma quadrato di Magonza/Erbach (iscrizione: THEODO D G ARCHIEPS MAGVNT MO B); il rovescio, con gli stemmi di Colonia, Treviri e del Palatinato disposti a triangolo, suggerisce che si tratti di una moneta comune dei principi elettori renani.
La scritta sulla moneta recita: ANNO MIL QVAT CENT TRIGINT OCTO = 1438. Vedi anche i falsi di K. W. Becker.
Un altro tallero di Magonza del 1438: un falso del consigliere di corte di Isenburg Karl Wilhelm Becker (1772-1830)
Il taler del 1438 era talmente ambito dai collezionisti alla fine del XVIII secolo che venne imitato anche da altri falsari e venduto con grande profitto. Tra questi falsari figurava il consigliere di corte di Isenburg Karl Wilhelm Becker, che a Offenbach conduceva un fiorente commercio con le sue coniazioni fantasiose, ma che era anche apprezzato – non da ultimo da Goethe – per le sue conoscenze di antichità e numismatica. I punzoni utilizzati per la sua contraffazione del tallero di Magonza del 1438 si sono conservati e sono oggi custoditi nel Gabinetto Numismatico dei Musei Statali di Berlino. Vedi qui e qui.
Bibliografia: Wilhelm Diepenbach, Hofrat Becker’s Mainzische Münzfälschungen (ein Beitrag zur Beurteilung seiner Arbeitsweise), in: Frankfurter Münzzeitung NF 2 (1931), n. 14, pp. 209-212; George F. Hill, Becker the counterfeiter. Ristampa dell’ed. Londra 1924. Chicago 1979.
Wolfgang Dobras

































